ERA MEGLIO BRUCIARLI!

Un ragazzo si va a vedere la mostra su Banksy a Palazzo Cipolla, su via del Corso. Paga il suo biglietto, un rapido controllo del suo zaino da parte delle guardie armate all’ingresso, entra e si gode la collezione privata.

Un allestimento affascinante messo in piedi per le opere di un grande artista di strada, per farne risaltare lo spirito ribelle. All’uscita prende un gessetto messo a disposizione sul muro nero, cerca un piccolo spazietto nella bolgia di firme bianche, non lo trova, si avvicina ad una parete dello stesso colore, con solo tre frasi sopra. Quando vi poggia il gesso per imprimere un ricordo del suo passaggio viene fermato. Una guardia indica il muro pieno e dice puoi scrivere solo li.

L’IPOCRISIA DI UN SISTEMA CHE RICONOSCE IL VALORE ORGANIZZANDONE LA CENSURA

L’arte di strada, come tutte le forme espressive nate dal popolo, pretende per se la libertà degli strumenti, dei luoghi e dei tempi adatti alla sua realizzazione. Rifiuta, come potrebbe suggerire il suo stesso nome, la commercializzazione, il carcere delle gallerie e la muffa dei musei. È un moto perpetuo, la continua condivisione della tela nel suo contesto.

Impossibile non riconoscerle il merito di aver dato un volto ai nostri tempi. Ma la nostra è un’epoca che quantifica il valore delle cose mercificandole.
Sempre più spesso assistiamo a patrocini privati e statali in merito a progetti di “riqualificazione” tramite l’arte di strada. Eppure la legislazione in merito è estremamente repressiva. Arrivando al paradosso che se oggi Banksy dipingesse un muro in Via Tor De Schiavi sarebbe quantomeno multato e costretto a pulire.

Insomma, si sta alle regole o si viene puniti. Niente di strano, si potrebbe obbiettare, non fosse altro per garantire una distribuzione organizzata dell’arte tra la collettività. Eppure può lo Stato farsi garante della libera espressione, specialmente di un movimento artistico che ha avuto la sua genesi nell’infrazione delle regole imposte? Se infatti si fossero rispettate le leggi in vigore non avremmo mai avuto l’arte di strada. Essa è nata dall’evasione e dalla contestazione (spesso incosciente) degli artisti nei confronti dello status quo. Lo dimostrano i muri “illegalmente” dipinti e la loro patria naturale: la periferia.

QUELLA PERIFERIA ABBANDONATA DAI SERVIZI E DALLA CULTURA UFFICIALE, CHE SI è FATTA FIAMMA E INCHIOSTRO

Se pure lo Stato ne riconosce il valore, quindi, non può certo proporsi di esserne unico dispensatore. In primo luogo perché ad oggi ne è il principale repressore. Secondariamente per via della sua condotta politica, che tende a finanziare l’arte per abbellire servizi scadenti e pulirsi l’anima in previsione del teatrino elettorale. Invece di comprare nuove vetture si fanno colorare i tram e le metro. Per non mettere in discussione il progetto si fanno dipingere le gallerie della TAV (visitabili previa prenotazione). Arrivando all’assurdo di far affrescare dei muri ad Amatrice mentre l’inverno sgattaiola tra le macerie e i container nei quali gli abitanti, da più di due anni, sono stipati.

ARTE PER RENDERE ACCETTABILE L’OPPRESSIONE

Come si potrebbe affermare che a fronte di una commissione, pur ufficialmente neutra, l’artista sia libero di esprimersi? Chi ha lavorato nel campo dell’arte, della letteratura o della comunicazione lo sa: chi mette i soldi decide. Una regola che siamo stati abituati a pensare naturale ma che esiste in antitesi all’autodeterminazione, visto che la pittura su muro è considerata illegale. Per lo meno quando non è patrocinata dalle istituzioni o da facoltosi privati. Se l’unica tela disponibile ce l’ho io sei costretto a stare ai miei patti. La concorrenza, in questo, non è che una gara all’opulenza tra chi stacca fattivamente le opere dal muro (si veda il caso del Museo della Storia di Genus Bononiae a Bologna) visitabili previo biglietto, e chi organizza dei veri e propri tour guidati a pagamento (M.U.Ro al Quadraro, per farne un esempio).

Anche lo strumento del muro libero, che sembrava un timido accenno verso la legittimazione istituzionale dell’arte libera, viene sempre più accantonato in favore del bando, del patrocinio e della commissione privata. La vocazione dell’artista viene nei fatti limitata dall’interesse del mecenate che, come un papa rinascimentale, si fa padrone e censore. Un’ovvietà che può stupire solo a chi crede nella favola del mercato libero, cieco davanti un sistema che afferma se stesso con la pubblicità estremamente consapevole dei nuovi mezzi della “propaganda spensierata”.

Finalmente a Centocelle abbiamo le campane del vetro colorate. Grazie al comune, ovviamente, che ha patrocinato l’opera. Ora la generica cooperativa/azienda privata che si occupa di uno dei servizi meno funzionanti e sottodimensionati d’Italia ha dei cazzo di cassonetti belli. Al contrario molti murales autoprodotti dal basso vengono quotidianamente cancellati da AMA, Retake e affini. Non è difficile seguire quel filo rosso che sempre più accomuna mafia e Stato.

100 EURO DI MANCIA A CAMPANA PER CHI COLLABORA

1000 EURO DI MULTA, DASPO E OBBLIGO DI RIPULIRE A CHI SI ESPRIME LIBERAMENTE

Un sistema ipocrita che vive di guerra: ai poveri, alla droga, all’arte, ai migranti, agli scioperanti: alla periferia di classe. Si combatte sul campo della propaganda e del profitto, irridendo la spinta culturale all’affermazione di un’identità in antitesi al mercato, la divora e ne spaccia una copia inerme.

Questa non è la critica al singolo evento o artista ma ai processi determinanti del capitalismo. Non siamo contrari al finanziamento dell’arte nei quartieri ad opera del patrimonio pubblico. Saremmo anzi ben contenti se i nostri soldi finissero più spesso nelle tasche degli artisti che in quelle del malaffare. Ma non possiamo soprassedere sulle finalità furbesche malcelate e sul divieto di poter decidere noi per primi, sui nostri territori e sulle nostre vite, liberi dal legalismo borghese.

È PIù ONESTO CHI BRUCIA LA SUA CELLA DI CHI è PAGATO PER ABBELLIRLA!

Erostrato

LO STATO DELL’ARTE È IL RIFLESSO SSO DELLO STATO DI COSE PRESENTE

 
Povero mutilato dar Destino,
come te sei ridotto!”
diceva un Cane che passava sotto
ar torso de Pasquino
Te n’hanno date de sassate in faccia!
Hai perso l’occhi, er naso… E che te resta?
un avanzo de testa
su un corpo senza gambe e senza braccia!
Nun te se vede che la bocca sola
con una smorfia quasi strafottente…”
Pasquino barbottò: “Segno evidente
che nun ho detto l’urtima parola”
Trilussa
 
 

TUTTE LE ARTI CONTRIBUISCONO ALL’ARTE Più GRANDE DI TUTTE: VIVERE” B.BRECHT

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...