La Grande Lacrima – Episodio I e II

Episodio I

Tutte le Grandi Cose

Se vi chiudessero fin dalla nascita in una discarica; se l’unico diritto che vi fosse riconosciuto fosse quello all’illegalità; se la vostra cultura vi fosse resa impraticabile e tutto attorno a voi puzzasse costantemente di miseria e mafia cosa fareste? Questa è la mia condizione e non so proprio che fare nella vita. Fuori da questi cancelli la città sfavilla di mille luci, come un occhio distratto dalle lacrime: le macchine che sfrecciano sui grandi viali, le luci dei palazzi indecentemente alti, gli addobbi natalizi, gli enormi schermi pubblicitari e i lampioni sfarfallanti. Dalla Grande Prigione senza sbarre io guardo quell’Occhio che, ferito, mi ignora sempre. Come tutti lavoro e cerco di affogare la tristezza nell’alcool. Conosco queste stradine fetide fino alla noia, mi fermo a salutare il vecchio Fed che poggia l’enorme panza sul tavolino mentre conta i soldi. Lui qui è il Re indiscusso perché ha la grana, una bella macchina e una grande villa fuori da qui. Ma lo è anche perché porta il lavoro, ci fa andare nel Grande Occhio proteggendoci dalle sue lacrime acide. Non so mai se odiarlo o amarlo quel maiale ma è membro della mafia delle Grandi Prigioni quindi sa il fatto suo e nessuno si permette di contraddirlo. Non ci fosse lui non avremmo il lavoro e dovremmo tornare a battere le strade inumidite dalla pioggia per raccattare qualche spiccio. Oppure dovremmo immergerci negli appartamenti delle lacrime dell’Occhio, rischiando di venire ammazzati come cani sulla porta d’ingresso. Fed ci porta dagli sfascia a prendere i pezzi e seppellire le cose. Fed dice che non siamo bestie ma uomini orgogliosi; lo stesso che ci usa come galoppini e criminalotti, quando gli serve. E’ amico delle guardie-ciglia del Grande Occhio e dei suoi padroni avvoltoi. E’ grazie a lui se questo è un posto sicuro per noi. Da lui abbiamo imparato più che in quei pochi anni passati nel perdere tempo a scuola. Grazie a lui sappiamo sparare, accoltellare, rovistare e fregare il prossimo. Ci ha dato un ruolo nel mondo.
La Grande Prigione non ha bisogno di sbarre quando si fissa nel cervello. Al grande occhio va bene se le sue lacrime non hanno un lavoro, se non hanno casa. Eppure quante ne vedo di case vuote in giro! Basterebbero sia per noi che per loro. Fed ci ha spiegato il perché delle case vuote e delle braccia incrociate. Le lacrime non sono veramente importanti per l’Occhio, lui vuole solo il denaro che guadagna producendole. Così preferisce che le case se le tengano gli avvoltoi dalle piume d’oro per riempirle di merda e cavarci, come per magia, dei soldi. Lascia che siano gli avvoltoi a portare qui i gingilli da vendere al mercato, così non c’è per tutti il lavoro. Lascia ai pennuti dorati la decisione su chi è utile e chi non lo è; su chi deve lavorare e chi deve rimanere a casa. Perché se una lacrima è disoccupata vuole solo trovare ciò che non ha. Quindi cerca di scalzare altre lacrime dal loro impiego e, se invece di colpire gli avvoltoi inizia ad odiare una sua simile, ecco che la si può vedere inacidita. Ma una lacrima acida fa solo piangere ancor di più il suo occhio, facendone cadere altre gocce che faranno lo stesso a loro volta. Fed dice che il Grande Occhio è esattamente come lui: prende dagli avvoltoi la percentuale sul pianto. Così anche noi della Grande Prigione collaboriamo a far inacidire le lacrime, ed è per questo che non si chiude subito questo posto di merda. Per questo siamo costretti a recitare il nostro ruolo. Ah, quanto vorrei togliermi questa fetente maschera di dosso, essere una goccia uguale alle altre!

Dionisio

 

Episodio II

Evasione

“Esci dalla gabbia” mi continuo a dire, rosicchiando con fatica le radici della Grande Prigione. Le mordo così forte che mi sbavo saliva e sangue sul colletto. Devo essere stato immobile per un botto di tempo, così svegliandomi mi sono trovato tutto incartocciato di corteccia. Sento il ciaf ciaf sull’acqua del condotto, devono essere loro. Mi stanno ancora cercando, i bastardi. Cerco disperatamente di liberarmi, dibattendomi tra le maglie sotterranee della Grande Prigione. Mi sbatto, cercando di divincolarmi. L’uscita è così vicina che potrei toccare l’iride del Grande Occhio. Sento il vociare delle lacrime che chiedo aiuto. Possibile che non riescano a sentirmi? Gli agenti di Fed sono quasi arrivati quando, lasciando il mio corpo agitarsi nella trappola, la mia mente si scolla e comincio ad avere visioni. Deve esserci qualcosa di estremamente tossico nelle radici che ho morso; qualcosa che mi porta in un’epoca lontana. Vedo sventolare stendardi giallo-rossi sul grosso parcheggio trasformato in campo di battaglia. Opposti guerrieri vestiti di celeste brandiscono pistole che sembrano corrose anticaglie. Per lo più si combatte in mischia, con armi da fucina arrabattata e scodelle in testa. Parono matti! Mi allontano dalla carneficina volando basso tra i palazzi abbandonati e gli edifici crollati. Su tutto sembra essere passata la mano del tempo e dell’incuria. Ci deve essere stata una qualche guerra, oppure una qualsiasi tremenda sciagura. Ogni cosa sembra essere stata rasa al suolo molti anni fa. Con un volo ascendente supero i terrazzi e faccio spaziare lo sguardo: questa deve essere Roma, vedo infatti il Vittoriano. Vicino a me vedo un ammasso di ferri e copertoni a formare un muro di cinta. Guglie di rottami svettano su scintillanti reti metalliche, poste attorno a pozzi sbuffanti fumo nero di ciminiera. Ovunque il suo delle percussioni rimbalza tra i vicoletti e le macerie dei palazzi. Al centro di questo recinto, tra le baracche in lamiera e i rifiuti, la chiesa del Divino Amore sembra risuonare di liturgie sacre. Provo ad affacciarmi. Vedo una marea umana prostrarsi al cospetto della statua di una lupa che allatta i figli. Uno dei marmocchi abbozzati nell’atto di succhiare il latte dai capezzoli dell’animale è pitturato in rosso, l’altro in giallo. “Angelo di Dio” sento intonare la folla in preghiera: “che sei il mio custode illumina, custodisci, reggi e governa me che ti fui affidato dalla pietà celeste.” E poi, battendo le mani a ritmo: “Amen” e ancora “Amen!” Fanno sacrifici all’altarino. Inginocchiandosi bruciano cibo, vestiti e cose di valore. Ad ogni fiammata un’ovazione. Cercano di ingraziarsi il Dio della guerra: una gigantografia del Pupone che sponsorizza un’agenzia immobiliare. I loro guerrieri stanno affrontando una tribù rivale e loro cercano di rendersi utili. Da ogni parte della chiesa spuntano cartelloni pubblicitari e chincaglierie religiose. Pezzi di un passato mistico e commerciale. Risalgo, guardando stupito i terrazzi rimasti incolumi nel loro territorio, ora predisposti ed arati per dare frutti, per mettere radici.
Le radici! Le sento nuovamente stringermisi attorno. Apro gli occhi sulla realtà, sono nuovamente nelle fogne della Grande Prigione ed ho gli uomini di Fed attorno. I bastardi se la sghignazzano. Evasione fallita, questa volta non me la faranno passare liscia.

Dionisio

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